Angelica
Balabanoff, la rivoluzionaria che venne
a
Nocera
di Pietro Nati
e Aldo Cacciamani
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| Il giovane mussolini |
Angelica aveva verso Mussolini, una specie di compassione materna e sembra che ne fosse attratta anche come uomo, pur comprendendo che era caratterialmente un egoista, rozzo e prepotente. È ragionevole ritenere che mai furono amanti, se non altro per il seguente motivo: Angelica era alta un metro e cinquanta, bassa e rotondetta, dunque certamente non attraente agli occhi del giovane Mussolini. Durò circa un anno la loro collaborazione nella redazione del giornale, dove spesso era la Russa che preparava o correggeva gli editoriali che poi recavano la firma del neodirettore. Il rapporto tra i due s’incrinò quando apparve una concorrente, la critica d’arte Margherita Grassini Sarfatti, di famiglia ebrea agiata, ambiziosa e opportunista, che al giornale scalzò la Balabanoff e poi divenne l’amante di Mussolini per i successivi 20 anni. La rottura definitiva avvenne verso la fine del 1914 quando Mussolini prese posizione per l’intervento in guerra cominciando con lo scrivere sul giornale “ Dal neutralismo assoluto al neutralismo attivo ed operante”, con la conseguente sua espulsione dal partito socialista. Da qui le loro strade si divisero per sempre. “Se non l’avessi incontrata», aveva confessato una volta Mussolini, «sarei rimasto un rivoluzionario della domenica». Mussolini, diventato dittatore, a suo modo, conservò una forma di rispetto verso la vecchia compagna e maestra. Negli anni Trenta in Francia la Balabanoff spesso era spiata da agenti della polizia fascista, ma Mussolini mai ordinò un attentato alla sua vita, nonostante che la Balabanoff fosse diventata la sua più acerrima nemica e la sua propaganda all’estero fosse la più deleteria per la popolarità del Duce. Negli anni Trenta in America la Balabanoff pubblicò il libro “Il traditore Mussolini “. Nel periodo della guerra europea la Balabanoff restò quasi sempre fuori dall’ Italia e si occupò soprattutto della conferenza di Zimmerwald (cittadina della svizzera), dove nel 1915 convennero i rappresentanti dei partiti socialisti europei, con l’obiettivo di far porre fine alla guerra sanguinosa. La conferenza si risolse sostanzialmente in un fallimento, nonostante venisse approvato unitariamente un documento presentato dal socialdemocratico bolscevico Lev Trotsky per una pace senza annessioni.
A questo proposito bisogna ricordare che il
partito socialista italiano, a differenza degli altri partiti europei, fu coerente
nell’ assumere e mantenere una netta posizione
contro la guerra. Negli anni seguenti,
nel corso del conflitto, la conferenza venne resa un’ istituzione permanente, come
movimento pacifista, e la Balabanoff ne fu la principale organizzatrice e
rappresentante. Dopo la rivoluzione russa di febbraio e la caduta dello zar Angelica Balabanoff
si recò in Russia. Viaggiò insieme ad altri socialisti menscevichi, nel maggio del 1917, un mese dopo che era giunto in Russia Lenin con il treno
speciale organizzato dal governo
germanico. Dopo il colpo di mano
bolscevico contro il governo Kerenski (impropriamente chiamato “rivoluzione d’
ottobre”) la Balabanoff ricevette da
Lenin diversi incarichi, tra cui quello di
commissario del popolo (ministro) della
repubblica sovietica d’ Ucraina, e di
segretaria del Comintern, la III Internazionale, di cui divenne presidente
Zinoviev. Angelica rimase esterrefatta nel vedere i massacri e le persecuzioni che avvenivano nella Russia
della guerra civile, e non tollerava il modo di agire di Lenin di Trotsky, di Zinoviev
e degli altri Bolscevichi. In
seguito non volle più accettare incarichi nella Russia sovietica. Nel 1920 era
venuta in Russia una folta delegazione di socialisti e sindacalisti italiani
guidata da Giacinto Menotti Serrati, dal quale Lenin, dettando le regole, pretendeva l’immediata adesione all’ Internazionale comunista, previa
espulsione dei Riformisti dal PSI. Condizioni e modalità che ovviamente il Serrati non poteva
accettare. Dopo di ciò Lenin diede inizio a una campagna diffamatoria nei confronti
di Serrati e compagni, del tipo “social
traditori “, “opportunisti”, ecc. La cosa non piacque affatto alla
Balabanoff, perchè il PSI era diventato il
suo partito ed aveva un forte legame di
stima e affezione verso i Socialisti italiani. 
Il giovane Ignazio Silone
Alla fine del 1921 poté lasciare la Russia, in verità con il consenso di Lenin, che la riteneva “un’incomoda moralista”, ma che in fondo la stimava e sperava che potesse essere ancora utile alla causa della rivoluzione comunista all’ estero, dove la Balabanoff aveva acquisito fama e prestigio; finché non venne espulsa dal partito comunista bolscevico russo (1924). In seguito la Balabanoff avversò il comunismo sovietico e i Comunisti in generale in ogni luogo e in ogni modo. Una simile esperienza ebbe pochi anni dopo un altro personaggio, noto come scrittore, ma meno noto come comunista militante, cioè Ignazio Silone (1900-1978). Nel maggio del 1927, nella sua ultima visita in Unione sovietica, il giovane Secondino Tranquilli (che poi divenne lo scrittore Ignazio Silone), allora dirigente comunista, si trovava in una riunione del Comintern a Mosca, insieme a Togliatti. Ebbene, il ventiseienne Silone fu l’unico che ebbe il coraggio di porre obiezioni e di contraddire Stalin. Racconta Silone: ”Ciò che mi colpì nei comunisti russi, anche in personalità eccezionali come Lenin e Trotsky, era l’assoluta incapacità di discutere lealmente le opinioni contrarie alle proprie.” Silone invece conversava molto bene con un altro bolscevico che fu anche ministro, il filosofo Anatoly Lunacharski (1875-1933), anche perché questi conosceva la lingua e la cultura italiana (nel 1908 aveva soggiornato un mese ad Introdacqua, un paesino montano dell’ Abruzzo). Lunacharski ebbe a dire a Silone: “ Noi non siamo arretrati rispetto a voi soltanto in materia tecnica. Noi non abbiamo avuto Machiavelli, Galilei, Giordano Bruno e Beccaria.” Angelica Balabanoff e Ignazio Silone poi si ritroveranno a militare nello stesso partito socialista negli anni Trenta e nel dopoguerra. La Balabanoff non poté rientrare in Italia, in quanto era stato emesso un provvedimento di espulsione a suo carico. Fu per qualche tempo in Svezia. A Vienna nel 1924 aiutò Antonio Gramsci a trovare un alloggio in quella città. Seguì un lungo soggiorno in Francia e questo fu il periodo peggiore della sua vita, patì fame e ristrettezze finanziarie. A ciò si aggiunse l’amarezza per il fallimento della rivoluzione in Russia e lo stabilizzarsi della dittatura fascista in Italia. Poi la presa del potere del nazismo in Germania e la tragedia della guerra civile in Spagna.
Restò nel partito socialista
in esilio, sempre nella posizione massimalista e ne fu a capo quando la
frazione divenne un partito separato. Fu contraria al patto di unità d’azione
con i partiti comunisti, e in
questo fu avversaria dell’altro leader socialista Pietro Nenni. La storia del socialismo
italiano è una sequela di scissioni e riunificazioni, il più delle volte
fallimentari. Pur restando virtualmente a capo di quel partito massimalista
espatria in America nel 1935. Abita a New York in vista del verde del Central
Park, e qui finalmente trova tranquillità e riposo. È in contatto con la
carissima amica Emma Goldman ed è assistita finanziariamente dai Socialisti e Sindacati
italo americani. Ritorna in Italia nel 1946, dopo più di 30 anni, aderisce alla scissione del Psiup di Palazzo Barberini (1947) guidata Giuseppe Saragat (1898-1988), e si pone decisamente contro la politica frontista di Pietro Nenni e il patto con il partito comunista. Una
delle poche soddisfazioni nel dopoguerra l’ebbe quando in un consesso internazionale
di partiti socialisti, il laburista Clement Attlee (1883-1967) che stava parlando
s’interruppe e disse: “Compagni, in
piedi, sta entrando la signora del socialismo!” Angelica Balabanoff, carattere
forte, idealista ed ingenua, era di
un’assoluta intransigenza, ma generosa con gli avversari e sempre pronta ad
aiutare chi ne avesse bisogno. Appassionata del poeta Leopardi componeva anche
poesie in ottimo italiano. Resta di
nuovo delusa quando il partito socialdemocratico di Saragat imbocca decisamente
la via della collaborazione nei governi centristi guidati dalla DC. I nuovi politici si dimostrano troppo inclini
al compromesso, all’intrigo e al benessere economico. Lei chiama i compagni di partito “la banda del buco”. Nella Roma e nella politica del dopoguerra
non si ritrova, è rimasta nel clima e nei tempi delle battaglie del Novecento, resta
una moralista pura e irriducibile; forse
anche per questo resta in certo modo emarginata
e forse appena tollerata. In quei primi tempi dopo il
rientro in Italia confessava di temere di venire assassinata dai Comunisti. A proposito della
biografia di Amedeo La Mattina
Enzo Bettiza ha scritto: « Questo libro
è il merito che spetta a una donna che ruppe con Mussolini e con Lenin. Una santa del socialismo che diventò
anticomunista e implacabile fustigatrice delle debolezze umane e politiche
della sinistra italiana.” Negli ultimi anni,
gravemente malata, riceveva assistenza a
cura del partito. Poco prima di morire la donna che l’assisteva la sentì mormorare “mamuska, mamuska”, guardando verso il ritratto della madre che
non aveva più rivisto da quando era partita, quasi 70 anni fa. Il funerale ebbe
luogo in un piovoso giorno di novembre del 1965, Giuseppe Saragat, allora presidente
della repubblica, non fu presente al funerale, a rendere omaggio alla defunta
si recò invece Pietro Nenni, il compagno e avversario di tante battaglie.




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